
Alla fine si sa che è solo questione di tempo. Crediamo di averne l'infinito, stupidamente. Si muore tutti di qualcosa. Io morirò di questo. Salvo il saperlo, che differenza passa tra me e chiunque altro al mondo? Nessuna. La consapevolezza, forse, ma di quella a volte ne faresti davvero volentieri a meno. Per quel che serve, invidio tremendamente gli stupidi, gli ingenui e gli illusi. E coloro che riescono ancora ad esserlo. E' spaventoso più che altro scoprire quante persone vorrebbero scrivere un libro, raccontare la propria esistenza convinti di essere gli unici ad.."averne passate cosi tante". Soprattutto convinti di trovare accoglienza dal mondo. Ma quando sei malato, malato cosi intendo, l'unica cosa che scorre tra te e le persone che ti circondano è la paura del contagio. Non importa che non vi sia possibilità di tale evenienza: il contagio della tristezza, il contagio della concretezza, della fine dell'immaginazione, il contagio della morte che ti coglie a braccetto e dà ai giorni una luce nuova, un senso nuovo ben lontano dalle abitudini, rischia di compromettere quella falsa velleità di vita eterna che nessuno dice di avere ma di cui tutti s'illudono. Non a me. Non a me ti prego. Invece capita. Capita che te lo dica un medico, o un infermiere, o un sogno, o che semplicemente lo sai, lo senti, lo vedi, lo vivi. E appena ciò accade, appena diventi tu il malato - perchè si proprio a te, si invece proprio tu - ecco che la differenza non è più tra te e gli altri, ma tra gli altri che temono il contagio e gli altri che vogliono solo te, nientaltro che te. Perchè? perchè ti hanno trovata tra il niente e il tutto e perderti sarebbe la loro malattia terminale. Forse l'amore è questo. Starti vicino fino alla fine sperando che la fine non arrivi mai nonostante le ore siano contate. Di qualcosa si deve pur morire. Speravo di addormentarmi, fare un bel sogno, ma bello davvero però, come quelli che solo io so inventare, cosi bello che non puoi non sapere che stai sognando! E sparire in esso, con esso, dentro esso. Diventare un sogno. Beh, non andrà cosi. Insomma, non per il sogno a quanto pare. Quindi ogni mattina ti alzi e comincia a fare elenchi di cose da fare, da sistemare, da lasciare in ordine, prima che sia troppo tardi. E scopri come la tua vita sia cambiata velocemente e abbia perso pezzi indicibili per strada. Perchè fino a pochi mesi prima avresti lasciato le tue creature alla persona meno adatta forse, ma su cui avresti scommesso questa stessa vita che oggi non è nemmeno più tua. Ti affretti a scrivere lettere prima di venire colta impreparata per lasciare a ciascuno il suo pezzo di paradiso sulla terra; e poi le stracci perchè tutto ciò che non sei riuscita a fare in milioni di minuti non ha senso provare a farlo ora. E ti domandi che senso hanno adesso tutti questi libri che per te sono stati un viaggio, una noia o un'avventura. Che peso ha quel cd di Damien Rice che fece esplodere l'universo dentro la tua testa in una sera come questa. Che senso ha il tetto di legno su cui ascoltare la pioggia era come sentire la Merini recitare la sua poesia. E ogni singolo oggetto che per breve tempo è stato la tua rosa...che senso ha?
Nessuno. Questa è la risposta.
Nessuno se non il singolo senso presente. Conta quello che è ora e qui. Conta quello che è rimasto senza permettere ai ricordi alla nostalgia alle illusioni ai principi alle credenze alle paure... di dare importanza a ciò che è stato e che ti ha lasciata andare. Ciò che conta è chi è rimasto. Conta ciò che ha scelto di far parte della tua vita e della tua morte oggi e poi oggi e poi oggi e oggi ancora. Non fino a ieri. Non, lo farò domani. Oggi. Conta ciò che non ha avuto paura o remore o bugie, oppure le ha avutale tutte eppure non è scappato. Conta chi ha scelto il contagio, di qualsiasi cosa esso sia stato infettato. Perchè il senso di una vita che termina - e tutte le vite terminano prima o poi - è questo: lasciarsi contagiare oltre ogni indicibile paura. E vivere.
