27 maggio 2011

Venerdi




Sto pensando. Fino a poche settimane fa il venerdi era il giorno del batticuore. Ogni fermata di corriera che arrivava dalla finsetra poteva essere quella giusta da un momento all'altro. Mi veniva caldo e poi freddo e poi caldo e poi di nuovo freddo. Però facevo le pulizie perchè tornare in una casa ordinata sarebbe stato più intimo, un benvenuto senza parole. L'ultima volta che posi la domanda fatidica erano passati 15 anni di singulti ingoiati. Qui non ne avevo mai sentito il bisogno. Credo sia stato questo a farmi arrivare cosi vicina alla possibilità che forse la realtà poteva essere tale, e crederle non sarebbe stato alla fine difficile. Perchè non mi si era mai affacciata prima quella domanda. Mille altre di sicuro. Ma tutte con una risposta sbagliata che pure fungeva da risposta: insufficiente ma sufficiente. E se una vecchia come me si affaccia alla finestra e pensa che in tutto il tempo diviso insieme il dubbio non le ha sfiorato le mani per rapirla in danze corrosive, forse pensa che la pianta luigia possa davvero vivere anche stando sul terrazzo, e la casa che si allarga sia solo un pretesto per abbracciarla più stretta in una morsa di mostruosa felicità. E non c'erano grossi preparativi o chissà quali appuntamenti impegnai; perchè l'unico grosso evento era il suo ritorno. E ciò che tenevo soffocato dentro nella scatola dell'equilibrio razionale dei 5 giorni scanditi, sarebbe potuto uscire; senza grazia, senza programma...semplicemente uscire a fare un giro, come un cavallo tenuto chiuso nel box per una settimana di pioggia e lasciato libero nel campo per due ore di finta libertà. La mia corsa era la sua spalla, la mia aria il suo profumo, qualsiasi profumo indossasse per l'occasione. Perchè le ero mancata anch'io. Nemmeno questo mi è mai venuto meno dalla testa. E sai come mi addormentavo la sera? ripetendomi di continuo che non sarebbe potuta mai essere lei a sedersi a fianco a me sulla terrazza aspettando che il canto degli uccelli si smorzasse insieme al passare delle auto. Nel frattempo correggevo i miei progetti con doppi lavandini. Come aria tra le fessure. Asha mi ha chiesto nella sua ingenuità di bimba se chiudendosi dentro casa i giapponesi non siano tranquilli chè l'aria contaminata non possa raggiungerli. Come toglierle l'illusione di avere un posto sicuro dove l'aria velenosa effettivamente non possa entrare e riempirti i polmoni ed ucciderti lentamente, come un cancro per il tuo equilibrio? Forse sono stata Asha anch'io; ogni venerdi respiravo a pieni polmoni l'aria della mia casa considerando come tale non le 4 pareti dell'antro quanto più l'anima che le riempiva per i due giorni a venire. La prima volta che la domanda mi ha sfiorata fu il giorno di Natale. Come un soffio proprio, mi ha toccata ed è subito scomparsa. Il mio regalo più grande alla fine fu poterla cacciare indietro. Nemmeno con la sua caduta la rividi più tra la folla di dubbi che mi riempirono la testa: perchè una domanda per essere tale deve formularsi chiara e solo con una chiara risposta poi si cancella. Se rimane significa che o non è stata ben pronunciata o non è stata ben risposta. La seconda volta che mi ha presa è stata davanti al mare. Nick che scavava la sabbia addosso a noi come a invitarci a seppellire le seghe mentali che solo due umani possono inventare pur di non ricordare chi sono stati insieme; e i piedi sempre più freddi che più il tempo passava e le tue parole prendevano il largo, più dovevo scavare per sentire ancora un po' di tepore. Nemmeno quell'abbraccio disperato me la cancellò. Rimase li, a mezzasta, come la bandiera gialla del mare mosso ma sottocontrollo. La terza volta fu - tu vedi il destino che burlone - proprio un venerdi. Ho avuto gigli in casa per una settimana! La notte precedente ero stata impegnata a sconvolgere gli assi del mio equilibrio pur di mettere a tacere Cassandra; solo che l'aveva capita bene quella risposta. Ero io che non avevo compreso niente: tu come, tu come aria sei. Respiro profondo e via, un vomito di parole e nel frattempo un turbinio di pensieri come gli uccellini del cartone animato attorno alla testa di chi viene stordito col bastone. Non cosi! mi ripetevo. Non cosi! Se non cosi come? Ogni domanda deve trovare la sua risposta. E per riuscirci ha solo una strada: essere pronunciata. Oggi è venerdi. Non ho nè caldo nè freddo. Continuo a sentire il mio mattone nello stomaco e il mio nodo in gola. Mi fanno compagnia durante le recite giornaliere. Sussulto ancora un po' quando sento la corriera dalla finestra. Ma ho chiamato il geometra ridimensionando il progetto; la mia casa è l'antro. Non ho voluto credere alla tua risposta la prima volta: ero cosi sicura di sentire una verità diversa... ancora oggi mi chiedo come mai questa domanda non sia ancora sparita visto che la risposta è stata cosi chiara da non dare alcun scampo, visto che ogni parola per essere viva dev'essere supportata dai fatti. E direi che tutti i fatti sono colonne portanti delle tue parole. Forse la mia teoria sulle risposte e sulle domande fa acqua, la stessa acqua di quel mare su cui raccolsi una piccola conchiglia bianca e vi scrissi la promessa. Il resto è silenzio. Anzi no, stasera è pioggia, io su una sedia sul balcone, l'altra sedia chiusa poggia sul muro. Ogni "domanda" scivola via fino all'ultima sillaba del tempo prescritto...